Giovedì 07 Giugno 2012 11:39

ABBAZIA DI POMPOSA

Scritto da  matta
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STORIA

Situata nel Comune di Codigoro, l’abbazia di Pomposa manca di fonti storiche che documentino con precisione la sua fondazione. Probabilmente il primo cenobio era già presente nel territorio definito “insula Pomposia” tra il VI e il VII secolo, ma la prima notizia attendibile risale all’874, quando papa Giovanni VIII rivendicava la giurisdizione sul monastero contro le pretese della Chiesa di Ravenna. Nel 982 l’imperatore Ottone II la cita in un atto come oggetto di donazione compiuta dai suoi genitori al monastero di San Salvatore a Pavia. I monaci però riuscirono nel 999 a ottenere dall’imperatore la donazione all’arcivescovo di Ravenna, atto che portò al conseguimento di privilegi e concessioni papali e imperiali che permisero di raggiungere la piena autonomia del cenobio nel 1022.

La fioritura dell’abbazia nei secoli successivi non fu solo legata alle condizioni politico-istituzionali e religiose, ma venne favorita grazie al territorio nel quale sorge il cenobio: l’insula Pomposiana definita geograficamente fino al secolo XII da due rami principali del Po (Po di Volano a sud e il Gauro o Po di Goro a nord) era ubicata lungo la via Popilia, chiamata nel medioevo Romea, perché collegava l’Europa nord-orientale con Roma. Inoltre il luogo separato dal mare Adriatico dalla laguna deltizia, godeva di un clima salubre e di terreni bonificati, altamente fertili. Questo portò ad una forte aumento demografico incentivato da una fiorente attività agricola. Il territorio di proprietà dell’abbazia era amministrato economicamente e giuridicamente con conduzione diretta del monastero mediante il gastaldo giuridico (rappresentante dell’abate).

Lasciti e donazioni arricchirono Pomposa di possedimenti sparsi un po’ ovunque in Italia. L’espansione economica e quella spirituale-culturale progredirono di pari passo, raggiungendo l’apice nell’XI secolo sotto la direzione dell’abate Guido. Fu in questo periodo che il monastero venne ampliato e dotato del grande chiostro (oggi solo parzialmente esistente), di torri, e del palazzo della Ragione, assumendo l’aspetto di una cittadella fortificata.

Nel 1152 con la rotta di Ficarolo (gli argini del Po ruppero in quella località ubicata a monte di Ferrara) il territorio subì un tale sconvolgimento che provocò la scomparsa dell’insula e l’intero impaludamento dell’area. Il lento cambiamento delle condizioni geografiche fu fatale per Pomposa che vide i monaci decimati dalla malaria. Altri fattori che facilitarono la decadenza furono certamente le tensioni politiche presenti nell’Italia settentrionale e le mire espansionistiche degli Este esercitavano da Ferrara.

Nella prima metà del Quattrocento Pomposa venne trasformata in commenda, mentre nel 1553 dipese dal convento di San Benedetto di Ferrara, dove vennero trasportati beni mobili, arredi sacri e la preziosa biblioteca. Il monastero venne soppresso dal papa Innocenzo X nel 1663, ma gli ultimi monaci lasciarono definitivamente Pomposa nel 1671. L’abbazia visse così secoli di totale abbandono, fatta eccezione per la chiesa eletta parrocchia dal 1663. In seguito alle soppressioni napoleoniche, le strutture del convento vennero utilizzate come magazzini agricoli e luoghi di servizio, fino al 1920 – 1930 quando l’intero complesso fu oggetto di restauro che le restituì l’attuale configurazione all’abbazia.

 

 

NOTIZIE STORICO-ARTISTICHE

La chiesa di Santa Maria di Pomposa è caratterizzata da una pianta basilicale a tre navate. L’abside centrale è di forma semidecagona, tipologia caratteristica dell’area ravennate, attestate per un lungo lasso di tempo (per esempio la ritroviamo nella chiesa più antica di San Apollinare in Classe). La chiesa abbaziale fu costruita probabilmente tra il 751 e l’874: parte del tempio è infatti costituito da materiale architettonico di spoglio proveniente da Ravenna, che nel 751 cadde rovinosamente sotto il dominio longobardo per mano di re Liutprando. In questa fase la chiesa, che andava a sostituirsi al primitivo sacello, attorno al quale si era creata due secoli prima la comunità di monaci benedettini, coincideva solo in parte con la pianta attuale; terminava infatti all’altezza dell’attuale settima campata. La struttura della chiesa subì diverse modificazioni, come hanno chiarito gli scavi archeologici. Tra il IX e il X secolo, nel lato sinistro venne costruito un nartece, dotato di bifore a doppia ghiera. Inoltre sempre in questo periodo, probabilmente, la chiesa terminava con tre absidi, di cui quella centrale era caratterizzata da proporzioni maggiori. Da un’iscrizione inserita nel pavimento della chiesa si ricava che il 7 maggio del 1026 (o del 1027) la chiesa venne ridedicata. Questo avvenimento coincide con l’abbaziato di San Guido (1008. – 1046) e quindi con un periodo di importanti trasformazioni e ampliamenti in tutto il monastero. Tra il 1000 e il 1026 venne rifatta la cripta in forma di oratorio,venne inserito all’interno della chiesa il nartece e furono quindi aggiunte due nuove campate. Le finestre del nartece vennero chiuse e fu aggiunto un portale nell’arcata centrale d’accesso; di conseguenza l’ingresso si rimpicciolì notevolmente. Sempre in questo periodo si edificarono l’attuale atrio e il campanile. Si pensa inoltre che questi interventi fossero commissionati dall’arcivescovo di Ravenna, Geberardo (1028-1044). Infatti nell’epigrafe della sua tomba, situata nella sala capitolare del monastero, vi è scritto “PONTIFICIS MAXIMI CORPVS IACET HIC GEBERARDI// PER QVEM SANCTA DOMVS CREVIT ET ISTE LOCVS”, dove per “sancta domus” e per “iste locus” si intendono i lavori di ampliamento sia della chiesa sia del monastero. L’esecutore dell’atrio fu “Mazulo magister”, nome tramandatosi grazie all’epigrafe murata a destra della facciata. L’atrio presenta tre ampie arcate sorrette da semipilastri ottagoni. Si viene quindi a creare una zona d’ombra che fa risaltare agli occhi del fruitore la decorazione di superficie, costituita da mattoni bicolori, sculture, fasce in cotto e bacini ceramici. Negli elementi decorativi si avverte un forte senso di orizzontalismo dato dalle fasce nastriformi in cotto, dalla disposizione dei rilievi di pietra e dei bacini ceramici. Questi ultimi elementi sono estranei alla cultura locale, ma ben si accordano al complesso decorativo. Particolare è infatti la loro inserzione, soprattutto per il loro effetto chiaroscurale nella contrapposizione con gli altorilievi chiari raffiguranti il leone, l’aquila e il pavone. In seguito alla scoperta di residui di vernice negli incavi delle fasce decorative, gli studiosi ritengono che tali elementi decorativi fossero in origine interamente smaltati, ovvero ricoperti di vernice poco lucida in pasta vitrea applicata probabilmente in seconda cottura con tonalità svariate. Nell’impianto decorativo Mazulone utilizzò come punto di riferimento l’arcata centrale creando una composizione fortemente equilibrata. Il repertorio attinge sia dalla cultura orientale, come i bacini ceramici, le transenne in stucco i fregi a tralcio abitato; sia dalla cultura locale come i mattoni triangolari, bicolori, rossi ed ocra. Questi ultimi però vengono utilizzati in composizioni inconsuete che danno vita a motivi decorativi riproposti soprattutto nel romanico bolognese. Grazie ad una lapide posta sul basamento si è tramandato anche il nome del responsabile del campanile, il maestro Deusdedit e l’anno di fondazione, 1063. La torre campanaria presenta l’uso di materiale di reimpiego: come il frammento di ciborio della prima metà del IX secolo inserito sotto l’epigrafe, oppure come il frammento di architrave murato verticalmente. Inoltre gli elementi che costituiscono le finestre sono frammenti tardo antichi, paleocristiani e alto medievali. Nel campanile vennero anche inseriti le formelle in cotto e i bacini ceramici, ma non più nella maniera equilibrata dell’atrio, bensì senza un ordine logico. La torre campanaria poi si conclude con una guglia di età gotica.

All’interno della chiesa sono visibili più cicli decorativi che presero avvio nell’VIII secolo per concludersi nel XIV con gli affreschi di Vitale e della sua scuola con la realizzazione delle storie di Sant’Eustachio nell’abside, dell’Apocalisse lungo la navata centrale e del Giudizio Universale nella parete di controfacciata. Ancora visibili, ma pressoché allo stato di lacerti pittorici, sono i profeti dipinti sulla parete dell’antico nartece, realizzati intorno ai primi decenni dell’XI secolo e le storie di San Pietro lungo la navatella meridionale. La lettura di questi ultimi parte dalla zona absidale e presenta una sequenza degli episodi più salienti della vita del santo: L’apparizione di Gesù sul lago di Tiberiade; San Pietro consacra i primi diaconi; La predica di San Pietro ai neofiti; La resurrezione di Tàbita; La caduta di Simon Mago (?); San Pietro risana lo storpio . Le scene si caratterizzano per grande semplicità linguistica dettate probabilmente dalla funzione didascalica della rappresentazione.

Di grandissimo interesse è il pavimento, il cui disegno è diviso in quattro settori distinti: i primi tre, a partire dalla zona absidale, appartenevano al coro dei monaci, realizzato durante i lavori voluti da San Guido. Il primo tratto in mosaico mostra un disegno geometrico a cerchi intersecati che formano elementi fusiformi con foglie. La vicinanza di questa tipologia decorativa con mosaici provenienti da basiliche ravennati del VI (per esempio Sant’Apollinare in Classe), fa pensare all’uso di materiale di recupero.

La seconda parte del pavimento utilizza una tecnica mista, mosaico e settile: nel campo quadrato spicca un nastro continuo che disegna quattro cerchi angolari e accompagna il gioco di quadrati, triangoli, rombi in minuti pezzi di marmi colorati, disposti in cerchi concentrici. Da un grande tondo centrale partono i bracci di una croce, dove è incisa la data della riconsacrazione della chiesa (7 maggio 1026).

Nel convento si possono visitare l’aula capitolare con affreschi della scuola riminese e il Museo Pomposiano, dove sono raccolti i numerosi oggetti d’arte depositati durante la “fase di abbandono” in diversi luoghi del complesso. La collezione comprende materiali eterogenei che partono dal VI secolo fino al XIX, provenienti da scavi, restauri o ritrovamenti fortuiti, riconducibili alla storia del complesso abbaziale. In particolare si segnalano i plutei pertinenti all’arredo interno della chiesa dell’XI secolo, nei quali sono raffigurati animali fantastici racchiusi entro tondi a nastro intrecciati tra loro.

 

LETTURE CONSIGLIATE

M. Salmi, L’abbazia di Pomposa, Milano 1936 (1966)

Pomposa. Storia, arte, architettura, a cura di A. Samaritani e C. Di Francesco, Ferrara 1999

C. Di Francesco, L’Abbazia e il Museo di Pomposa, Roma 200

S. Pasi. La pittura monumentale in Romagna e nel ferrarese fra IX e XIII secolo, Bologna 2001

Altre Informazioni

  • Indirizzo: Via Pomposa Centro, 16, 44021 Codigoro FE
  • Provincia: Ferrara
  • Telefono: +39 0533 719152
  • Orari e Giorni di Visita:

    lunedì – domenica 8.30 -19.30 (entrata a pagamento)

  • Visite Guidate: Per visite guidate contattare l'associazione Rabisch (Tel: +39 338 6357868 - associazione.rabisch@gmail.com) Si offrono visite per gruppi di studenti, adulti e disabili. Guide disponibili in lingue straniere.
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